Nave cargo in mare aperto, simbolo dei chokepoint energetici e logistici globali
Report scientifici

HORMUZ Efficienza vs Resilienza

27/04/2026• Angelo Capriati• 10 min di lettura
La chiusura dello Stretto di Hormuz, rotta attraverso cui transita circa un quinto del greggio mondiale e un quarto dei fertilizzanti ha riportato in primo piano una fragilità strutturale della nostra economia globale interconnessa: un singolo punto di vulnerabilità è in grado di innescare perturbazioni sistemiche massicce e onerose.

HORMUZ Efficienza vs Resilienza

La chiusura dello Stretto di Hormuz, rotta attraverso cui transita circa un quinto del greggio mondiale e un quarto dei fertilizzanti ha riportato in primo piano una fragilità strutturale della nostra economia globale interconnessa:

un singolo punto di vulnerabilità è in grado di innescare perturbazioni sistemiche massicce e onerose.

Hormuz non è un passaggio qualsiasi: è uno dei principali chokepoint energetici del pianeta.

Un “collo di bottiglia” globale da dove transita circa il 20% del petrolio globale e una quota enorme di GNL e fertilizzanti.

Questo significa che non esistono alternative equivalenti nel breve periodo: anche deviazioni parziali (oleodotti terrestri, rotte più lunghe) non compensano i volumi.

La crisi dello Stretto di Hormuz ci da l’idea di quanto con la globalizzazione sia divenuta rilevante la profonda interconnessione tra le nostre economie e le economie del mondo.

Hormuz è il modello che ci spiega molto di queste strozzature che esistono a livello di economia globale, perché come sappiamo l’intera navigazione commerciale su quella via rimane ferma.

Come sappiamo si susseguono le dichiarazioni di apertura e di chiusura da parte americana e da parte iraniana ma in realtà quello che è uno snodo fondamentale per le economie del mondo è diventata un arma potente nelle mani dell’Iran e quindi di Teheran e allo stesso tempo è una condizione fondamentale perché la guerra cessi, perché per gli Stati Uniti la riapertura dello stretto viene posta come una condizione sine qua non perché si possa arrivare ad una tregua.

La dinamica che descriviamo è visibile con

Prezzi energetici immediatamente in aumento

Traffico marittimo quasi paralizzato e migliaia di navi bloccate

Impatti indiretti su agricoltura (fertilizzanti), industria e inflazione

Altri chokepoint marittimi

Eppure, simili criticità non hanno fatto altro che moltiplicarsi negli ultimi decenni.

Il commercio globale transita attraverso numerosi altri passaggi critici che potrebbero parimenti trasformarsi in colli di bottiglia paralizzanti.

Lo Stretto di Malacca tra la Malesia e l’isola indonesiana di Sumatra – una delle sole due rotte marittime che collegano l’Oceano Indiano al Pacifico – è oggetto di costante attenzione nelle simulazioni di guerra ed è probabilmente il chockepoint commerciale più importante del mondo.

Da li passa il 25–30% del commercio mondiale, prevalentemente approvvigionamenti di energia, diretti verso Cina, Giappone, Corea ed il rischio costante è costituito da pirateria, tensioni geopolitiche e congestione con una alternativa molto più lunga e costosa come Lombok/Sunda (Indonesia).

Lo Stretto di Bab el-Mandeb situato tra Mar Rosso e Oceano Indiano dove transita il traffico verso il Canale di Suez, petrolio e merci tra Europa e Asia, con il rischio continuo di conflitti regionali (Yemen, Corno D’Africa) e/o attacchi a navi (già avvenuti).

Se salta questo il Canale di Suez diventa inutile con un effetto domino immediato.

Il Canale di Suez rimase bloccato per sei giorni dalla mastodontica nave portacontainer Ever Given, e i contraccolpi sulle catene di approvvigionamento si fecero sentire per mesi.

Accanto a questi esistono altrettanti chokepoint industriali caratterizzati cioè da una elevata concentrazione produttiva.

Taiwan

Cuore dell’economia digitale globale produce oltre il 50% dei semiconduttori avanzati. Un conflitto su Taiwan avrebbe effetti enormi su: Auto / Elettronica / Difesa ed AI

Terre Rare (Cina)

Sono un gruppo di elementi fondamentali per: batterie, turbine eoliche, elettronica, difesa e tecnologie militari

Non si tratta di un singolo punto fisico, ma di una dipendenza sistemica concentrata

Come sappiamo e come abbiamo toccato con mano la Cina ovvero un solo Paese controlla il 65 per cento dell’estrazione di queste terre rare ed altresì controlla il 90 per cento della loro lavorazione.

E come sappiamo a novembre dell’anno scorso la Cina ha esercitato in pieno questo potere poiché per rispondere alle minacce di dazi di Trump ha annunciato che avrebbe bloccato l’esportazione di queste terre rare e ha fatto fare marcia indietro immediata al presidente americano.

Russia e Bielorussia

Sono grandi esportatori globali di fertilizzanti. Shock già visto dopo la guerra in Ucraina con impatto diretto sulla sicurezza alimentare globale

Infrastrutture invisibili (ma critiche)

Spesso ignorate, ma fondamentali possiamo individuare i seguenti chokepoint:

Cavi sottomarini internet che trasportano all’incirca il 95% del traffico dati globale e sono concentrati in pochi snodi (es. Mediterraneo, Mar Rosso).

Tagli accidentali o sabotaggi sono in grado di provocare interruzioni massive.

Satelliti e GPS

Che influenzano la navigazione, la logistica, la finanza e che dipendono da sistemi spaziali pongono il tema di una vulnerabilità crescente (cyber, anti-satellite weapons) con reti elettriche interconnesse (es. Europa) altamente efficienti ma interdipendenti. Un guasto o attacco può propagarsi a cascata nei sistemi economici interconnessi.

Tre caratteristiche comuni

Tutti questi casi condividono tre caratteristiche che sono evidenziati nella vicenda di Hormuz ovvero:

Alta concentrazione ovvero poche alternative reali

Bassa sostituibilità nel breve periodo e cioè non puoi “rimpiazzarli” rapidamente

Effetti a cascata su energia e industria oltre che cibo e in ultima analisi sulla stabilità politica dei paesi interessati.

Il vero rischio oggi non è il singolo chokepoint, ma la loro interazione con il risultato di uno shock sistemico globale multilivello

La lezione dei semiconduttori

Un’eccessiva concentrazione del mercato genera vulnerabilità simili.

Il predominio di pochi produttori giapponesi di microcontrollori e sensori di flusso d’aria componenti piccoli ma essenziali nella produzione automobilistica – fece sì che, quando nel 2011 il Giappone fu colpito da un devastante terremoto e dal conseguente tsunami, l’industria automobilistica globale subì una brusca contrazione.

Tali fragilità sono in qualche modo più semplici da affrontare rispetto a quelle intrinseche alla geografia, come nel caso dello Stretto di Hormuz.

Dal 2011, le case automobilistiche hanno diversificato i propri fornitori, costituito scorte di riserva e sviluppato ampi sistemi di gestione dei dati che migliorano la trasparenza nelle complesse catene di approvvigionamento, rendendo più agevole l’individuazione dei rischi nascosti legati al monofornitore.

Ma la diversificazione comporta dei compromessi, come probabilmente scoprirà il settore dei semiconduttori avanzati.

Una singola azienda olandese, la Asml, produce la totalità dei macchinari per la litografia ultravioletta estremamente necessari per la fabbricazione dei chip più sofisticati; e solo due aziende, la taiwanese Tsmc e la sudcoreana Samsung, possiedono le competenze per produrre semiconduttori a 2 nanometri.

Consapevoli delle evidenti vulnerabilità derivanti da tale scenario, i governi stanno ora promuovendo la diversificazione.

Gli Stati Uniti e l’Ue hanno introdotto incentivi affinché Tsmc e Samsung differenzino geograficamente la propria produzione, mentre il governo statunitense sostiene lo sviluppo delle capacità produttive avanzate di Intel.

Quindi 2 Paesi che producono quello che serve per le economie più avanzate sia dal punto di vista commerciale che militare.

Infatti se si bloccasse SudCorea e Taiwan si potrebbero bloccare interi comparti commerciali strategici compreso quelli che riguardano la difesa ed il settore militare.

Efficienza vs Resilienza

A livello economico, l’eccessiva dipendenza da un’unica fonte per qualsiasi cosa dall’energia alla domanda – può generare un punto di rottura, come l’Europa ha tristemente appreso in seguito all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022.

Si sono quindi ridotti i costi e allungate queste catene del valore perché sono andate sempre di più alla ricerca di dove era più conveniente localizzare alcune fasi della produzione e quindi si sono molto concentrate in territori ed hanno attribuito a questi territori funzioni molto importanti dal punto di vista della produzione.

Quindi viviamo in un mondo estremamente integrato capace di produrre a costi notevolmente più bassi del passato ma esiste una straordinaria esposizione poiché esistono tanti Stretti di Hormuz nell’economia mondiale.

Hormuz non è cioè l’unico punto di rottura che esiste poiché ci sono tanti collidibottiglia che possono poi produrre degli effetti che si riversano sull’intera economia mondiale.

Ciò è vero non solo per il rischio di incidenti o shock, ma anche perché un’eccessiva dipendenza si presta a ricatti o ad altre forme di pressione, come dimostrano i controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare, l’applicazione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti tramite il circuito Swift e l’impiego dei dazi da parte del presidente americano Trump.

La proliferazione dei punti di vulnerabilità è legata alla struttura e agli incentivi dell’economia globale.

In una rete altamente decentralizzata e competitiva, gli investitori sono più motivati a ottimizzare l’efficienza (i cui benefici sono appropriabili, nel senso che vanno in gran parte a vantaggio dell’investitore) piuttosto che la resilienza (i cui benefici sono distribuiti su tutta la rete).

Quando gli investitori sono numerosi, nessuno ha l’incentivo a internalizzare i costi necessari per bilanciare efficienza e resilienza.

Possiamo dire che in questo ambito economico si confrontano due tesi apparentemente contrapposte ovvero: l’efficienza e la resilienza.

Nelle supply chain globali le imprese ottimizzano ciò che possono catturare direttamente (efficienza) e trascurano ciò che è diffuso lungo tutta la rete (resilienza).

Efficienza: il modello dominante (pre-shock)

Negli ultimi decenni, molte filiere globali hanno adottato pratiche come: just-in-time, produzione in paesi a basso costo, riduzione delle scorte, forte specializzazione dei fornitori.

Questo massimizza l’efficienza interna ovvero meno capitale immobilizzato, margini più alti, prezzi più competitivi.

Tutti benefici appropriabili dalla singola impresa.

Ne emerge un paradosso ovvero più il sistema diventa efficiente, più diventa fragile.

E questa fragilità non è visibile nei periodi normali ma si manifesta in modo violento durante gli shock

Resilienza: un bene “di rete”

La resilienza invece implica fornitori alternativi, scorte di sicurezza, capacità produttiva ridondante, diversificazione geografica. Questi investimenti riducono il rischio sistemico, ma evidentemente costano nel breve periodo ed inoltre i benefici si distribuiscono lungo tutta la filiera (clienti, fornitori, consumatori) e non sempre si traducono in vantaggi competitivi immediati.

Quindi si crea una classica esternalità ovvero chi investe in resilienza non ne cattura tutto il valore.

Il risultato: fragilità nascosta

Prima degli shock, la rete appare “ottimizzata”. Ma è un equilibrio fragile con pochi fornitori critici, nodi altamente concentrati, dipendenze geografiche.

Efficienza vs resilienza ovvero trade-off strutturale

L’ottimizzazione dell’efficienza (just-in-time, supply chain snelle, concentrazione produttiva) ha caratteristiche opposte alla resilienza, di seguito ne elenchiamo le caratteristiche:

EfficienzaResilienza
minimizza costiaccetta costi extra
elimina ridondanzacrea ridondanza
concentradiversifica
breve terminelungo termine

Il ruolo degli Stati e le strategie di resilienza

In un contesto competitivo dunque chi è più efficiente vince nel breve periodo ma chi investe in resilienza sembra meno competitivo finché non arriva lo shock (Hormuz)

Quindi in questo senso si può dire che la vicenda di Hormuz rappresenta un modello geoeconomico ricco di punti di rottura creati e nati con la fase impetuosa della globalizzazione degli anni 90 ovvero un’epoca in cui l’unica variabile fondamentale era costituita dalla convenienza economica di investire in un determinato paese per massimizzare l’efficienza della catena del valore.

Infatti con il crollo dell’Unione Sovietica e con la Cina che non era ancora divenuta una potenza militare in grado di competere con gli Stati Uniti, il modello costi/ricavi rappresentava l’unica variabile proprio perché la sicurezza era garantita da un modello unipolare in cui appunto gli Stati Uniti non avevano rivali al dominio politico/militare.

Dunque da questo punto di vista non appariva economico sostenere costi per la sicurezza.

Quello che invece succede oggi dimostra invece che le scelte economiche devono compiere questo riequilibrio fra l’efficienza economica che rappresenta una variabile importante e quella che si potrebbe chiamare sicurezza / resilienza dell’attività di queste catene

Non basta infatti costruire efficienza se poi dopo quando si evidenziano questi chokepoint i costi aumentano vertiginosamente.

E’ necessario da questo punto di vista che gli Stati tornino ad essere attori decisivi poiché la sicurezza è un bene collettivo che gli incentivi di mercato non riescono a produrre in maniera sufficiente

Per affrontare e sviluppare resilienza gli Stati potrebbero mettere in campo politiche con le quali riportare a casa le produzioni strategiche (ad es semiconduttori) questa però è la strada più costosa.

Oppure si potrebbero formare alleanze fra Paesi ovvero forme di coalizioni internazionali per cercare di diversificare l’approvvigionamento di ciò che potrebbe essere tagliato.

Ecco quindi che ritorna di moda il tema delle scorte di prodotto che prima erano state accantonate e sostituite dall’efficienza producendo tutto in maniera istantanea.

Ora si sta riscoprendo il tema delle scorte, la convenienza delle scorte.

Essere resilienti viene anche dall’avere necessità di tempo per rispondere e il tempo viene evidentemente dal fatto che si può attingere a queste scorte.

Per esempio nel caso del petrolio c’è proprio questa come strategia ovvero quella di assorbire gli schock con le scorte e avere tempo per poter affrontare le interruzioni di forniture.

Conclusioni

Hormuz oltre a porre dinanzi enormi costi a livello globale soprattutto della catena energetica pone dinanzi il tema della resilienza ovvero di come prevenire queste crisi affrontando questi chokepoint incrementando il livello di resilienza nel sistema commerciale.

Nella definizione delle catene di produzione questa prevenzione evidentemente ha un costo rilevante ma occorre essere consapevoli del fatto che l’economia mondiale pur essendo frammentata rivela interconnessioni molto elevate che restano fondamentali dal punto di vista del funzionamento delle nostre economie ed in questo senso Hormuz rappresenta una sorta di sintesi di un mondo economico fondato su queste concentrazioni produttive, su questi nodi critici di cui in qualche modo dobbiamo farci carico.

Naturalmente questo dovrebbe fare della cooperazione fra paesi uno strumento sempre più ricercato e praticato.

Ma è proprio la rivalità geostrategica che anima lo scontro e definisce un mondo interconnesso che invece e’ sempre meno cooperativo.

Si tratta di un vuoto che bisognerà riempire.

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