Giovane in partenza - la fuga di capitale umano dall'Italia
Economia Lavoro

Il valore complessivo del capitale umano uscito dall'Italia (2011-2024)

25/03/2026• Angelo Capriati• 12 min di lettura
Nel periodo 2011-24 il valore complessivo del capitale umano uscito dall'Italia è di 159,5 miliardi di euro. L'Italia subisce un'uscita annua di 16 miliardi di euro in capitale umano attraverso l'emigrazione netta di giovani italiani.

Il valore del capitale umano emigrato

Il valore del capitale umano perso dall'Italia attraverso l'emigrazione giovanile

Se i giovani emigrati sono soprattutto persone portatrici di idee, valori, culture, studi, sogni, oggetti di vita, ambizioni , sul piano economico rappresentano un'ovvia perdita di risorse, energia, competenze, sapere e innovazione, voglia di fare e intraprendere.

La quantificazione di questa perdita andrebbe misurata sulla base del valore della loro produttività, intesa non solo come variabile realizzata nel tempo presente, ma anche come flusso futuro di reddito, attualizzato con qualche tasso di sconto.

Questa strada si presenta talmente impervia da essere statisticamente e metodologicamente impraticabile. Qui ci limitiamo quindi alla quantificazione del valore del capitale umano, così come ricorre spesso negli studi economici ossia sulla base del costo sostenuto nella formazione delle persone.

Formazione in senso ampio del termine non prettamente educativo. Dalla nascita, in realtà si dovrebbe iniziare dal concepimento, viste le cure e i controlli che precedono il parto fino all'età adulta e al termine del percorso di istruzione.

Questo costo è sostenuto dalle famiglie e dalle amministrazioni pubbliche e concettualmente si avvicina alla valutazione al costo di rimpiazzo di un bene d'investimento.

Il costo della formazione

Per quanto riguarda le famiglie, utilizziamo una stima effettuata da Federconsumatori nel 2020, che indica in 175.642 € il costo sostenuto per crescere un figlio da 0 a 18 anni di età compiuti .

Un costo che varia in funzione del reddito familiare e dell'età del figlio e che quindi è diverso anche a seconda del territorio in cui lui vive, con differenze non piccole tra regioni, ma anche tra dimensioni dei centri abitati.

Qui, per semplicità e per alcuni ostacoli statistici, applichiamo tale ammontare in modo uniforme territorialmente lungo l'età, utilizzando una media annua aggiornata al 2024 con l'Indice nazionale di prezzo al consumo (NIC) e pari a 11.478 €.

Per quanto concerne le pubbliche amministrazioni, si sono applicate le sole spese per l'istruzione, dalla primaria fino alla terziaria, utilizzando quanto diffuso dall'OCSE che riporta i dati standardizzati internazionalmente e riferiti al 2021.

Anche tali spese sono state aggiornate ai prezzi del 2024 con lo stesso indice NIC.

In questo modo si coglie la parte più importante della spesa pubblica nel corso della formazione della persona, ma si tralasciano non solo i costi dell’istruzione precedente la primaria (infanzia e materna), ma anche quelli della sanità, dei trasporti pubblici e così via. Quindi la cifra è sottostimata, e non di poco.

159,5 miliardi di euro: il valore complessivo

Nel periodo 2011-24 il valore complessivo del capitale umano uscito dall’Italia, così stimato, è di 159,5 miliardi di euro.

Dato il metodo di calcolo, il valore per ciascuna regione è direttamente proporzionale al numero e alla composizione per titoli di studio dei giovani emigrati

In testa nella graduatoria per dimensione dell’uscita di capitale umano c’è la Lombardia, con 28,4 miliardi di euro, seguita dalla Sicilia, con 16,7, e dal Veneto, con 14,8. (TAVOLA 13)

In rapporto al PIL, invece, meno penalizzate risultano alcune regioni settentrionali e centrali: Piemonte, Emilia-Romagna, Lombardia, Lazio e Toscana. Mentre le più colpite sono quelle meridionali e l’Alto Adige. (GRAFICO 11)

Grafico 11 - Uscita di capitale umano in rapporto al PIL per regione

L'uscita annua di 16 miliardi di euro

Poiché, come detto, la quantificazione in euro dell’uscita di capitale umano è funzione della composizione per titoli di studi e siccome quest’ultima è molto cambiata in direzione di un maggior peso dell’istruzione terziaria, per valutare il valore annuo di tale uscita conviene concentrarsi sulla media dell’ultimo triennio, che meglio riflette le tendenze ultime (TAVOLA14).

Tavola 14 - Valore annuo dell'uscita di capitale umano per regione (media 2022-24)

16 miliardi di euro all'anno

In valore assoluto, sulla base delle tendenze emerse nel 2022-24, l’Italia subisce un’uscita annua di 16 miliardi di euro in capitale umano attraverso l’emigrazione netta di giovani italiani.

Al primo posto per perdita è la Lombardia, con oltre tre miliardi, seguita dal Veneto con 1,6 miliardi, dalla Sicilia e dalla Campania con 1,3. In % del PIL l’uscita è pari a quasi un punto percentuale e la graduatoria cambia radicalmente, nella direzione già vista: Lazio e Emilia-Romagna hanno l’emorragia meno forte, Calabria e Alto Adige la più violenta (GRAFICO11).

Quali le cause e le possibili soluzioni

Un indicatore fondamentale è il reddito disponibile delle famiglie. L'ISTAT, la Banca d'Italia, mostrano che il divario tra le famiglie più ricche e più povere è cresciuto in modo costante e il 20% più ricco ha un reddito disponibile più di sei volte superiore al 20% più povero.

Nel 2024 la propensione al risparmio è calata per le famiglie a basso reddito, mentre è aumentata per quelle ad alto reddito. Dunque, le politiche fiscali e di welfare non riescono a redistribuire efficacemente la ricchezza, lasciando intatto o addirittura ampliando il solco tra diversi strati sociali. Affrontare la disuguaglianza salariale significa prima di tutto intervenire sui salari bassi e sulle forme contrattuali precarie.

Perciò risulta necessario introdurre un salario minimo legale dignitoso, rafforzare la contrattazione collettiva e limitare i differenziali retributivi all'interno delle imprese .

Alcuni paesi hanno stabilito che la remunerazione massima dei manager non posso superare di oltre 20 o 30 volte quella dei dipendenti con salari più bassi. Una misura meramente simbolica, ma di grande impatto.

A livello fiscale è urgente reintrodurre una progressività più marcata sulle imposte, sul reddito e sul patrimonio, con meccanismi di redistribuzione verso i più vulnerabili. Ma serve anche una maggiore trasparenza. Le imprese dovrebbero essere obbligate a rendere pubblici i rapporti tra i salari dei dirigenti e quelli dei dipendenti.

Infine, risulta essenziale un nuovo patto sociale che rimetta al centro il valore del lavoro, la dignità e la giustizia economica. In un paese che si definisce civile e democratico, non è accettabile che pochi accumulino miliardi, mentre milioni di persone vivono nell'insicurezza.

La questione delle partite IVA

Nel panorama del lavoro autonomo italiano la categoria delle partite IVA è in difficoltà. In particolare i lavoratori autonomi monocommittenti e i professionisti senza tutele. In Italia un milione e settecentomila partite IVA fatturano meno di ventimila euro lordi all'anno. E se da questa cifra si sottraggono il 15% di IRPEF e il 25% circa di contributi previdenziali, il reddito netto scende a dodici mila euro l'anno, cioè mille euro al mese.

Una somma che rende impossibile per un giovane costruirsi un futuro, comprare una casa, sostenere un mutuo o pensare a mettere su famiglia. Non si vive con mille euro al mese, né come lavoratore dipendente, né come partita IVA.

Per questo motivo, oltre alla forma contrattuale utilizzata, a parità di prestazione, sono necessari salari, compensi, diritti e tutele uguali.

La cosiddetta flat tax, un sistema fiscale non progressivo per cui si applica una sola aliquota di imposta viene spesso presentata come uno strumento di semplificazione e vantaggio per gli autonomi. Ma non è così. Essa non compensa le carenze strutturali che affliggono questa forma di lavoro, ossia l'assenza di ferie pagate, di copertura per malattia, la mancanza di un contratto di riferimento, l'assenza di protezioni contro i licenziamenti e nessuna tredicesima o quattordicesima. Il principio che dovrebbe guidare ogni riforma è semplice: a parità di competenze e prestazione, devono corrispondere pari salari, pari diritti e pari tassazione, indipendentemente dalla forma contrattuale.

L'Italia però continua a premiare il dumping contrattuale che permette a chi assume un lavoratore a partita IVA di risparmiare, scaricando su quest'ultimo tutti i rischi e senza offrire tutele, cioè alimenta una competizione al ribasso che colpisce i giovani e i professionisti più fragili. Una questione centrale è quella delle false partite IVA, per cui i lavoratori sono autonomi solo sulla carta, mentre in realtà sono subordinati a un solo committente, con orari e compiti imposti e sono privi di autonomia gestionale. Questo fenomeno è esploso negli anni 2000 nei settori della consulenza dell'informatica, della comunicazione dei servizi professionali. Contrastare le false partite IVA richiede controlli rigorosi e una ridefinizione delle soglie che distinguono il lavoro autonomo da quello subordinato, ma significa anche offrire soluzioni alternative.

Il tema delle partite IVA riguarda soprattutto i giovani che molto spesso riescono ad accedere a determinate professioni solo aprendo una partita IVA senza avere altre alternative.

La fuga dei giovani e il costo per il Paese

Negli ultimi dieci anni più di 600.000 giovani italiani hanno lasciato il paese per cercare fortuna altrove, ma, nonostante questo sia uno degli indicatori più drammatici del malfunzionamento strutturale del sistema economico e sociale in Italia non fa più notizia. L'esodo non riguarda solo i figli delle famiglie benestanti che vogliono fare esperienza all'estero, ma coinvolge un'intera generazione di studenti brillanti, di neolaureati qualificati, giovani artigiani, medici, ingegneri, infermieri, informatici e creativi. La cosiddetta fuga di cervelli è solo la punta dell'iceberg di una crisi più profonda che riguarda l'assenza di prospettive, la sfiducia nel futuro e la sensazione sempre più diffusa che in Italia la meritocrazia non abbia valore.

Chi emigra non lo fa solo per guadagni più alti, ma per vivere meglio. E sebbene queste motivazioni siano note da tempo, non è stato fatto molto. Per affrontarle davvero. Il mercato del lavoro italiano è segnato da una cronica instabilità e la maggior parte dei contratti offerti ai giovani è a tempo determinato, spesso di pochi mesi, con possibilità di rinnovo incerte, senza considerare una retribuzione tra le più basse d'Europa che non riflette il livello di preparazione né la fatica dell'impegno. In molte città il costo della vita supera di gran lunga quello che un giovane riesce a guadagnare nei primi anni di lavoro. E questo vale anche per chi ha studiato e ha ottenuto una laurea con il massimo dei voti e si ritrova a fare tirocini gratuiti o sottopagati senza reali prospettive di assunzione. Il risultato è un senso di immobilismo che spinge i più ambiziosi a guardare altrove. All'estero, e in particolare nei paesi del Nord Europa, molti di questi giovani trovano ciò che in Italia sembra un miraggio: contratti stabili, retribuzioni adeguate, sistemi di welfare funzionanti e opportunità di crescita professionale basate sulle competenze. Ma trovano anche una cultura del lavoro che valorizza la collaborazione, il rispetto, la conciliazione tra vita privata e lavorativa. In Germania, in Olanda, in Danimarca o in Francia, si ha l'impressione, spesso confermata dai fatti, che il futuro sia qualcosa che si può costruire e non solo immaginare. È proprio questa difformità di orizzonte che fa la differenza perché chi parte non è necessariamente in fuga dal paese, ma dalla sensazione di non poter trovare spazio sul mercato del lavoro. La perdita per l'Italia è enorme, non solo in termini umani.

Si tratta di un trasferimento di risorse pubbliche a vantaggio di economie straniere che sostiene direttamente quei paesi che riescono ad attrarre i nostri talenti.

l'Italia investe in capitale umano che poi regala all'estero, mentre importa manodopera scarsamente qualificata per occupare posizioni a basso reddito.

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